Viaggio in Giappone tra Kintsugi, Sumi-e e ceramica: itinerario artistico e interiore

Viaggio artistico in Giappone tra Kintsugi, Sumi-e e ceramica: itinerario tra Tokyo, Kyoto e botteghe artigiane vissuto con lo sguardo dell’arte terapia.

Giulia Boninsegni

5/3/20264 min leggere

Il Giappone non è un luogo che si visita una volta sola.
È un territorio che si lascia attraversare a strati, come una superficie ceramica che, nel tempo, rivela ciò che inizialmente non era visibile.

Tornarci significa rinunciare all’idea di “vedere tutto” per scegliere, invece, di approfondire.
Entrare nei margini, nelle botteghe meno esposte, negli spazi in cui la pratica non è spettacolo, ma disciplina quotidiana.

Il mio rapporto con il Giappone si è costruito così: attraverso ritorni, deviazioni, incontri non programmati.
Non ho cercato solo luoghi, ma contesti in cui le pratiche che porto oggi in Atelier in Viaggio — Kintsugi, Sumi-e, ceramica — fossero ancora vive, non come estetica, ma come esperienza incarnata.

Tokyo – La soglia invisibile tra produzione e pratica

Tokyo è spesso raccontata per eccesso: luci, velocità, densità.
Ma ciò che mi interessa, ogni volta che torno, è il suo contrario.

In quartieri come Yanaka o Asakusa, lontano dalle direttrici più battute, esistono ancora laboratori in cui il tempo non è stato completamente assorbito dalla logica della produzione.

In uno studio privato, accessibile solo su appuntamento, ho ripreso una pratica di Kintsugi già incontrata negli anni precedenti.
Non si trattava di un workshop aperto, ma di un contesto di lavoro più vicino all’apprendistato: osservazione, ripetizione, correzione minima.

L’utilizzo della lacca urushi richiede una precisione che non è solo tecnica, ma corporea.
La mano deve adattarsi a una viscosità che non perdona esitazioni, e il tempo di asciugatura impone pause che non possono essere forzate.

In questi contesti, il Kintsugi si allontana completamente dalla sua versione “semplificata” occidentale.
Non è decorazione, non è effetto estetico: è un processo lento, stratificato, che richiede una relazione costante con l’oggetto e con il proprio stato interno.

Questo tipo di esperienza ha avuto un impatto diretto sul mio lavoro:
mi ha portato a ridefinire il modo in cui propongo il Kintsugi in chiave arte terapeutica, mantenendo il rispetto per la tecnica, ma traducendone il senso in un linguaggio accessibile e trasformativo.

Kyoto – Il gesto come disciplina

Kyoto resta, per me, il punto di maggiore densità simbolica.
Non per i templi in sé, ma per ciò che accade nei contesti meno visibili.

Nel distretto di Higashiyama, allontanandosi dalle vie principali, si trovano piccoli studi in cui la pratica del Sumi-e viene ancora trasmessa in modo diretto, senza mediazioni didattiche occidentali.

In uno di questi spazi, ho partecipato a sessioni di lavoro in cui il focus non era l’immagine finale, ma la qualità del gesto.
Prima ancora di toccare il pennello, si lavora sulla postura, sulla respirazione, sulla preparazione dell’inchiostro.

Il tempo dedicato alla macinatura dell’inchiostro su pietra non è un passaggio tecnico: è parte integrante della pratica.
Serve a portare la mente in uno stato di concentrazione che si riflette poi nel segno.

Nel Sumi-e non esiste correzione.
Ogni segno è una dichiarazione.
Questo lo rende estremamente vicino al lavoro terapeutico: obbliga a confrontarsi con l’irreversibilità, con la responsabilità del gesto, con l’impossibilità di tornare indietro.

Integrare questa esperienza nei laboratori di Atelier in Viaggio significa creare spazi in cui la persona possa sperimentare il valore di un’azione non perfetta, ma autentica.

Ceramica tra Kyoto e Shigaraki – La materia come maestra

La ceramica, in Giappone, non è mai solo tecnica.
È un sistema di pensiero.

Oltre Kyoto, nella zona di Shigaraki, ho trascorso del tempo in una realtà produttiva ancora legata a metodi tradizionali.
Qui la terra ha una presenza diversa: più ruvida, meno controllabile, fortemente identitaria.

Lavorare in questi contesti significa confrontarsi con:

materiali che non rispondono immediatamente,

cotture che introducono variabili non gestibili,

un’estetica che non ricerca la simmetria.

La filosofia wabi-sabi non è dichiarata: è incorporata nel processo.
Le superfici irregolari, le deformazioni, le variazioni di colore non sono errori, ma esiti.

Questa visione ha influenzato profondamente il mio modo di proporre la ceramica:
non come ricerca di forma perfetta, ma come spazio in cui la persona può tollerare l’imprevisto, accogliere l’imperfezione, restare in relazione con ciò che emerge.

Kanazawa – L’oro come rivelazione, non come ornamento

A Kanazawa, il lavoro sull’oro assume una dimensione ancora più precisa.
La produzione della foglia d’oro è un processo estremamente tecnico, ma anche profondamente rituale.

Entrare in una bottega specializzata significa osservare un controllo quasi assoluto del gesto:
ogni movimento è calibrato, ogni variazione di pressione produce un risultato diverso.

Nel contesto del Kintsugi, questo rapporto con l’oro cambia completamente la percezione della riparazione.
Non si tratta di “abbellire” la crepa, ma di renderla visibile in modo intenzionale.

L’oro diventa un atto di dichiarazione:
la frattura non viene nascosta, viene evidenziata.

Questo passaggio è centrale anche nel lavoro terapeutico:
spostare lo sguardo dalla vergogna alla visibilità, dalla correzione all’integrazione.

Un’estetica della sottrazione

Ciò che accomuna queste esperienze, al di là delle tecniche, è un principio chiaro:
la sottrazione.

Nel Kintsugi, si interviene solo dove necessario.
Nel Sumi-e, si elimina il superfluo fino a lasciare il gesto essenziale.
Nella ceramica, si accetta ciò che non può essere controllato.

Questo principio ha ridefinito il mio approccio all’arte terapia:
non aggiungere continuamente stimoli, ma creare le condizioni perché qualcosa emerga.

Ridurre, rallentare, lasciare spazio.

Dalla pratica alla trasmissione

Tornare dal Giappone non significa replicare ciò che si è visto.
Significa tradurre.

Nel mio lavoro, queste pratiche vengono proposte non come tecniche esotiche, ma come strumenti per lavorare su:

presenza,

regolazione emotiva,

relazione con l’errore,

integrazione delle fratture.

Kintsugi, Sumi-e e ceramica diventano linguaggi attraverso cui la persona può incontrarsi senza dover passare necessariamente dalla parola.

L’autorità, in questo senso, non sta nella tecnica in sé, ma nella capacità di creare uno spazio in cui quella tecnica possa diventare significativa per chi la attraversa.

Il Giappone, per me, non è un riferimento estetico.
È un sistema di pratiche che continua a interrogare il mio modo di lavorare.

Ogni ritorno aggiunge un livello di comprensione, ma allo stesso tempo toglie certezze.
E forse è proprio questo il punto: restare in una posizione di ricerca, senza cristallizzare.

Portare queste esperienze in Atelier in Viaggio significa offrire non una versione “giapponese” delle tecniche, ma una loro integrazione viva, rispettosa, filtrata attraverso la mia formazione artistica e psicologica.

Se queste pratiche risuonano con il tuo modo di cercare, puoi esplorarle nei laboratori di Atelier in Viaggio.

Kintsugi, Sumi-e e ceramica vengono proposti come strumenti di lavoro su di sé, in un contesto protetto, non performativo.

Per informazioni sui prossimi incontri o per costruire un percorso personalizzato, puoi contattarmi direttamente.