Corea del Sud: il mio viaggio tra carte, inchiostri e materiali d’arte
Viaggio in Corea del Sud tra carte hanji, inchiostri e materiali artistici: una ricerca personale sulla materia e il gesto in Atelier in Viaggio.
Non sono partita per la Corea del Sud con l’idea di aggiungere qualcosa.
Semmai, di togliere.
Togliere automatismi, materiali troppo prevedibili, gesti ormai diventati familiari.
Sentivo il bisogno di rimettermi in una posizione di ascolto, di tornare a un punto in cui la materia non fosse un mezzo da usare, ma qualcosa da incontrare davvero.
Carta, inchiostro, strumenti.
Elementi apparentemente semplici, ma capaci di cambiare completamente il modo in cui un gesto prende forma.
Sono partita per scegliere materiali.
Sono tornata con un modo diverso di guardare, toccare e lavorare.
Lì ho preso in mano, per la prima volta in modo consapevole, la hanji.
La carta Hanji – Quando la superficie risponde
La hanji non è una carta che “subisce”.
È una carta che risponde.
La prima cosa che ho notato è stata la resistenza:
puoi piegarla, tirarla leggermente, lavorarla, e lei non cede come ci si aspetterebbe.
Ma la cosa più interessante è accaduta quando ho iniziato a testarla con l’inchiostro.
Non assorbe in modo uniforme.
Non segue una logica lineare.
Si espande, trattiene, devia.
In quel momento ho avuto una sensazione molto chiara:
questa non è una superficie su cui imporre qualcosa.
È una superficie con cui entrare in relazione.
Ho iniziato a scegliere le carte non in base all’estetica, ma alla risposta:
come reagiscono al gesto?
quanto margine lasciano all’imprevisto?
quanto mi costringono a rallentare?
Gli inchiostri – Profondità e instabilità
In un altro spazio, più contemporaneo ma altrettanto curato, ho iniziato a lavorare sugli inchiostri.
Li ho testati direttamente lì, su fogli di prova:
diluizione,
stratificazione, variazioni di pressione del pennello.
Alcuni erano estremamente densi, quasi materici.
Altri più fluidi, difficili da controllare.
Mi sono accorta che cercavo esattamente questo:
non materiali “perfetti”, ma materiali che introducessero una variabile.
Perché è lì che succede qualcosa.
Quando il gesto non è completamente sotto controllo, quando la materia ti chiede di adattarti.
Ho scelto inchiostri che obbligano a stare presenti, che non permettono automatismi.
Botteghe, mercati, deviazioni
Una parte importante del viaggio non è stata pianificata.
Entravo in piccoli negozi senza sapere esattamente cosa avrei trovato.
Spesso non c’era nemmeno una lingua comune, ma non era necessario.
Guardavo, toccavo, provavo.
Ho trovato:
timbri irregolari, non perfettamente simmetrici,
stampi per texture che lasciavano segni imperfetti,
carte grezze, non rifinite,
strumenti che non avevano un uso “dichiarato”, ma che suggerivano possibilità.
Questi sono stati gli incontri più importanti.
Non gli oggetti in sé, ma la sensazione che mi lasciavano.
Se un materiale mi faceva rallentare, lo prendevo.
Se mi metteva leggermente in difficoltà, ancora meglio.
Il mio criterio di scelta
Materiali che:
non nascondono l’errore,
non facilitano troppo,
non standardizzano il risultato.
Perché in arte terapia, tutto ciò che rende il gesto troppo semplice rischia di togliere profondità all’esperienza.
Al contrario, un materiale che resiste, che devia, che non si lascia controllare completamente, apre uno spazio.
Uno spazio in cui la persona deve:
adattarsi,
ascoltare,
modificare il proprio modo di fare.
Ed è lì che accade qualcosa di reale.
Tornare con meno, ma meglio
Non sono tornata con una quantità eccessiva di materiali.
Ho selezionato molto.
Ogni carta, ogni inchiostro, ogni strumento è stato scelto perché aveva una qualità precisa.
Perché mi costringeva a stare.
Perché mi faceva perdere un po’ di controllo.
Perché apriva una possibilità.
Oggi, quando li utilizzo nei laboratori di Atelier in Viaggio, sento che portano con sé quella ricerca.
Non sono materiali neutri.
Sono alleati del processo.
Nel lavoro terapeutico – la materia come interlocutore
Integrare questi materiali nei percorsi significa cambiare leggermente il piano su cui lavoriamo.
Non sei più solo tu e il foglio.
C’è un terzo elemento che partecipa.
La carta che assorbe troppo.
L’inchiostro che si espande.
Il timbro che non imprime mai lo stesso segno.
E a quel punto succede qualcosa:
non puoi più eseguire.
Devi entrare in relazione.
E questa relazione, spesso, somiglia molto a quella che viviamo fuori:
con l’imprevisto,
con ciò che non controlliamo,
con ciò che non è perfetto
E che, a volte, per cambiare il modo in cui creiamo — e in cui ci incontriamo —
non serve fare di più.
Serve scegliere meglio.
Se vuoi lavorare con questi materiali e sperimentare cosa cambia quando la materia diventa parte attiva del processo, puoi farlo nei laboratori di Atelier in Viaggio.
Carte, inchiostri e strumenti selezionati durante i miei viaggi diventano parte di un’esperienza in cui il gesto non è più automatico, ma consapevole.
Per informazioni sui prossimi incontri o per percorsi individuali, puoi contattarmi direttamente.